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La leva calcistica della classe ’88 (Guelfinteristi e Ghibelljuventini)

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La leva calcistica della classe ’88 (Guelfinteristi e Ghibelljuventini)
Pierfrancesco Caira

Se il protagonista della celebre canzone di De Gregori tirasse oggi quel fatidico rigore, non avrebbe affatto paura di sbagliarlo, lo calcerebbe fuori di proposito per via dell’ingente somma di denaro da lui stesso scommessa sulla sconfitta della propria squadra.

Vi era una ragione alquanto ovvia dietro al divieto assoluto di scommettere sugli eventi sportivi in vigore fino ad un paio di lustri or sono; lo scandalo “Totonero”, scoppiato alla vigilia dei Campionati Europei del 1980 ospitati proprio dall’Italia, che coinvolse, analogamente a quanto accaduto un anno fa ed ancora al vaglio della magistratura, numerosi club e tesserati di spicco, ne creò le inevitabili premesse.

L’avidità umana è ben nota e non c’è da meravigliarsi se le persone implicate vengono retribuite lautamente per svolgere il proprio lavoro; il denaro, infatti, agisce allo stesso modo di una droga ed è provato che il nostro corpo produce endorfina in seguito alla ricezione di una somma ritenuta consistente.

Tutto il marcio che è venuto a galla in questi ultimi anni fra doping, scommesse, partite e bilanci truccati, festini e via dicendo, è solo la punta dell’iceberg di un sistema senza morale che muove enormi flussi monetari, per sguazzare nei quali è necessario semplicemente stare al gioco e tacere, diventare, in una parola, omertosi esattamente come ogni sgherro di una qualsiasi organizzazione criminale; i pochi che decidono di mondarsi la coscienza finiscono ostracizzati, si veda il caso di Carlo Petrini, mentre quelli onesti come Simone Farina, che ha rinunciato a cifre pari al proprio ingaggio pur di non farsi corrompere, vengono utilizzati dallo stesso sistema in maniera subdola: osannati come eroi integerrimi e premiati con la convocazione in nazionale nonostante la militanza in serie minori, finiscono ben presto nel dimenticatoio e senza un contratto.

La convocazione di Farina da parte di Prandelli potrà anche essere parsa ai più un gesto comprensibile, quantomeno dovuto, ma pochi sanno che lo stesso Prandelli fu uno dei numerosi calciatori coinvolti nel caso “Totonero”. Sarei curioso di sapere cosa hanno detto al povero Farina i suoi colleghi più famosi ed il mister in quei giorni a Coverciano, se gli hanno almeno rivolto la parola o se l’hanno messo in ginocchio sui ceci in un angolo.

L’amara realtà è che il “pianeta calcio” non è affatto diverso dalla politica: la corruzione dilaga ma tutti fanno in fretta a dichiararsi estranei ai fatti anche dopo essere stati beccati con le mani sporche di marmellata.

Tuttavia, a differenza dei politici, i moderni circenses hanno legioni di sostenitori ben più vaste di quelle che potevano vantare i gladiatori dell’antica Roma, che tutto perdonano e assolvono, credendo alle menzogne più truci e gridando alla cospirazione di questa piuttosto che di quell’altra fazione.

Pensate che ricoprire di soldi (parlo ovviamente degli ingaggi) dei ragazzini mediamente ignoranti, possa aiutarli a meglio comprendere il concetto di umiltà…? O forse ci si illude che a qualcuno dei suddetti milionari stiano a cuore i sentimenti dei tifosi più del proprio stipendio annuo…?

Chi scrive è cresciuto, come la maggior parte dei maschi italici, col pallone fra i piedi e gli idoli stampati sulle figurine Panini e ritiene il calcio uno sport bellissimo, anche se logorante, ma per riacquistare credibilità agli occhi, scevri da condizionamenti di parte, di un non-tifoso sono necessari dei cambiamenti radicali quali, anzitutto, la messa al bando totale ed assoluta di ogni tipo di scommessa sugli eventi sportivi. Purtroppo la sola ipotesi di per sé è risibile proprio per via degli enormi interessi monetari che una tale decisione andrebbe a ledere, nonostante la dipendenza da gioco d’azzardo sia stata riconosciuta come vera e propria patologia e la sua diffusione a macchia d’olio sia ampiamente comprovata. Sarebbe altresì d’uopo un forte ridimensionamento verso il basso sia degli stipendi sia del prezzo del cartellino dei calciatori, visto che la tanto sbandierata austerity degli ultimi anni è una farsa bella e buona se quest’anno il monte ingaggi lordo della sola Serie A supera il miliardo di euro, cifra perfettamente in media col biennio passato e superiore a quelle del quadriennio 2006-2010.

I calciatori sono ormai veicoli per muovere grossi capitali, la famosa “sentenza Bosman”, che ha provocato un aumento esponenziale dei trasferimenti, sebbene fosse pubblicamente osteggiata dalle società, è risultata il mezzo più idoneo per spostare milioni da un bilancio all’altro (intelligenti pauca).

In Italia, dal 1991 ad oggi, hanno vinto il campionato sempre e solo le stesse tre squadre con maglie a strisce verticali, se si esclude il biennio 1999-2001, periodo nel cui mezzo cadeva l’anno del Grande Giubileo e casualmente dominato dalle due compagini della Capitale.

Perché in fondo è solo di questo che si tratta: spartirsi un sacco di soldi e far si che il popolo bue resti beatamente inconsapevole, incitando ogni domenica i propri, ricchissimi, beniamini e arrivando finanche ad uccidere per far valere le proprie… “ragioni”.

Chi ama veramente questo sport dovrebbe praticarlo in prima persona piuttosto che vederlo praticare da cinici milionari, i tifosi non si rendono conto del potere che hanno: se smettessero di andare allo stadio e di pagare per le partite in TV, sarebbero loro stessi a poter dettare le condizioni per assistere ad uno spettacolo degno di essere definito tale.

Purtroppo la fede calcistica, al pari di quella religiosa o del credo politico, è uno strumento in mano ai potenti, utile a creare ed alimentare attriti fra le fasce più numerose della popolazione per distrarle dai problemi reali. Forze dell’ordine contro tifosi, ultras juventini contro ultras interisti, correnti interne ad una tifoseria contro altri tifosi della stessa squadra: il potere si alimenta sulle divisioni, istituire e foraggiare gruppi di guelfi e ghibellini e guardarli battersi fra loro è il modo più semplice per mantenere lo status quo ed allontanare lo spettro di una presa di coscienza collettiva con conseguenti, ovvie (e persino auspicabili) azioni radicali.

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