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“Five broken cameras”: tra dolore privato e resistenza pubblica

“Five broken cameras”: tra dolore privato e resistenza pubblica

di Teresa Manuzzi
A Roma il primo febbraio, in occasione de “Il Mese del documentario”, manifestazione organizzata da Doc/it (associazione documentaristi italiani) che si tiene presso la “Casa del Cinema”, è stato trasmesso in anteprima “Five broken cameras“. Film-doc realizzato dal film-maker palestinese Emad Burnat e dal regista israeliano Guy Davidi, e candidato agli Oscar 2013 come “Miglior documentario”. Il film racconta cinque anni di quotidiana resistenza non violenta da parte di  un piccolo villaggio palestinese: Bi’lin, situato vicino Ramallah.

Emad, figlio di contadini, padre di famiglia e giornalista per passione, filma tutto quello che accade nel suo villaggio e nella sua vita. Lo fa un po’ per denuncia un po’ perché filmando si sente protetto ed in grado di poter affrontare tutto: i soldati, il dolore per l’arresto dei suoi fratelli, la rabbia dei contadini che non possono più coltivare la loro terra a causa degli espropri da parte del governo israeliano.

Il montaggio riesce a far evolvere parallelamente due narrazioni che poi, inevitabilmente , confluiscono in una sola grande narrazione storica. I primi 5 anni di vita dell’ultimo figlio di Emad si intersecano ripetutamente alle manifestazioni pacifiche condotte, ogni venerdì, dagli abitanti di Bi’lin vicino alla “barriera” vigilata dai soldati israeliani. Dopo circa un anno il bambino comincia a pronunciare le sue prime parole: “Muro”, “Soldati”, “Cartucce”.

Pubblico e privato

La dimensione privata e quella pubblica si mescolano continuamente nel film e nella vita reale degli abitanti di Bi’lin. Perché in una terra come la Palestina non è possibile avere una separazione netta della sfera privata da quella pubblica. Le incursioni notturne dei militari e il blocco di qualsiasi attività contadina a causa dell’occupazione delle terre sono alcune delle cause di questa continua mescolanza.

Un sorriso fiorisce sul volto degli spettatori quando tutti i bambini del villaggio manifestano con cartelloni e slogan contro i soldati israeliani lamentandosi per il fatto che a causa dei bliz notturni, degli spari, e delle urla non riescono a dormire: “Lasciateci dormire!” , “Vogliamo dormire!” urlano. Il più grande avrà avuto 10 anni, manifestano tutti insieme, come fosse un gioco. La realtà però supera amaramente la fantasia e sfiora il grottesco. Quando i soldati inizialmente indietreggiano a causa del piccolo corteo dei bimbi qualcuno ride: “Guardate, scappano! Hanno paura dei bambini!”, poi  però i soldati rispondono alla manifestazione cercando casa per casa i bambini che hanno manifestato per arrestarli e portarli in prigione.

L’intervento della montatrice

Dopo la proiezione del film, grazie alla tecnologia, è stato possibile l’intervento via skype di Véronique Lagoarde-Ségot, la montatrice francese di “Five broken cameras”. Véronique ha raccontato che inizialmente c’erano 900 ore di girato, ma fortunatamente a lei ne sono arrivate solo 200. La donna francese ha detto che si è trovata a dover lavorare con delle immagini “grezze”, amatoriali, non viziate da tecnica cinematografica e per questo più vere e reali.

Forse anche per questo ha accettato la sfida e ha deciso di occuparsi del montaggio, durato 10 settimane, dando così la possibilità a noi di vivere cinque anni di proteste non violente in appena 85 minuti di film. Veronique ha poi rivelato che è stata sua l’idea di dare alla moglie di Emad importanza e visibilità.

Pezzo per pezzo, telecamera dopo telecamera, manifestazione dopo manifestazione è così possibile osservare e partecipare emotivamente alla quotidiana resistenza pacifica di un piccolo villaggio palestinese contro l’occupazione armata israeliana.

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