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Shinya Tsukamoto a Bari: recensione di “Vital”

Shinya Tsukamoto a Bari: recensione di “Vital”

di Antonella Lobraico
Attendendo l’arrivo a Bari del regista giapponese Shinya Tsukamoto, la Mediateca Regionale e il Cineporto stanno curando la retrospettiva del cineasta proiettando i suoi lungometraggi dal 27 aprile al 3 maggio. Tra questi Vital, film del 2004 presentato in occasione della sessantunesima Mostra del Cinema di Venezia, in proiezione al Cineporto il 30 aprile alle 18,00. Qui di seguito la recensione.

Il cinema cibernetico e underground del primo Tsukamoto lascia spazio ad un’allucinazione interiore creante visioni (ir)reali che si dispiegano nei fluorescenti fotogrammi di Vital. Il capolavoro del regista giapponese traccia le fila di un disegno apparentemente confuso, anzi con-fuso, all’interno del quale sono incastrati non solo i protagonisti Hiroshi e Ryoko, ma anche lo spettatore. Cinema visionario quello di Tsukamoto, che si esprime attraverso immagini scandaglianti, delicatezza e allo stesso tempo brutalità emergenti dalla magistrale fotografia che il regista riversa incessantemente sulla pellicola. Quel versare configurato come uno scrosciare d’acqua perdurante che vuole ripulire la sozzura della metropoli invadendone le strade, rigandone le finestre in una sorta di pianto ininterrotto degli elementi. I personaggi sono relegati nelle sovrastrutture sociali, impossibilitati a dar sfogo ai propri istinti primordiali. Quelli stessi che si insinuano nella mente della protagonista di A snake of June e che prendono consistenza sotto forma di violenti rivoli d’acqua simili a serpenti  cristallini percorrenti il suo corpo nudo e che le donano infine una nuova vita. Acqua fonte di vita e di rinascita, rito impregnato della sua sacralità. La ricerca di sé è quella che compie Hiroshi perdutosi nell’inferno arido e meccanico di Tokyo. Da Tetsuo a Vital  il personaggio vive la sua alienazione all’interno di vicoli lugubri, circondato da imponenti e agghiaccianti grattacieli che schiacciano l’individuo e provocano  un senso di soffocamento e claustrofobia; il tutto reso  dal posizionamento della mdp dal basso verso l’alto, già peculiarità cronenberghiana. La stessa che viene disperatamente cercata da Hiroshi, il quale si muove in una tentacolare struttura asfissiante regolata da una pellicola volutamente virata in un blu gelido e livido che produce un’allucinazione terrificante e sdoppiante visibile fin dal primissimo fotogramma del film con le torri fumanti.

E’ il protagonista che si apre in due, sdoppiandosi nella (ir)realtà della propria visione alla ricerca di sé stesso rivelando le proprie escrescenze mentali che prendono consistenza fisica nell’onirismo. Procedimento che potrebbe richiamare quello eponimo di Videodrome di Cronenberg, lì dove il protagonista si apre nel vero senso della parola per effetto di un’allucinazione mentale. Un universo, quello creato dal protagonista di Vital, carico di vitalità di cui è espressione il corpo di Ryoko che si dona alla scienza in un atto d’amore verso Hiroshi. Un corpo proposto nella sua essenzialità, liberato di quelle escoriazioni tumorali, sanguigne, pullulanti di stridente metallo protagoniste nella trilogia di Tetsuo. In Vital la mdp esplora i labirintici meandri della carne, insinuandosi nelle arterie e nei muscoli di Ryoko, esanimi sul tavolo chirurgico, ma che pulsano di vita propria nel verdeggiante universo di Hiroshi, scatenandosi in una danza espressione della prorompente energia interiore della ragazza. A far da sfondo il mare, il vento e una florida vegetazione, sostenuti dai colori reali in netto contrasto con quelli artificiosi dell’altro mondo, all’interno del quale si alterna il gelido e chirurgico blu, imperante, a ben guardare, in quasi tutta la produzione di Tsukamoto. Un corpo privo di vita che nella sua freddezza ridà calore ad un’altra esistenza tramite la quale sopravvive l’anima di quel corpo morto. Tsukamoto insiste ancora una volta sulla centralità del corpo, tematica ricorrente in tutti i suoi film, ma affrontata qui in maniera diversa, accostandola alla visione onirica e mettendo da parte la mutazione, centrale nella trilogia di Tetsuo o in Tokyo Fist. C’è in ciò un che di cronenberghiano, nell’appigliarsi alla viva carne, ai corpi che subiscono cambiamenti producendo escrescenze e che si muovono all’interno di un mondo violentato dalla scienza e dai mass media.

Qui è possibile visionare il programma completo inerente le proiezioni di Shinya Tsukamoto.

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Laurea magistrale in Lettere - Scienze dello spettacolo e produzione multimediale presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro", appassionata di cinema, scrive recensioni, critica cinematografica, mostre e iniziative culturali. Collabora in qualità di redattrice con le testate giornalistiche "Il Corriere delle Puglie" e "Made in Italy Notizie".

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