Politica nazionale

Piazza Fontana e quei terribili anni ’70

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Piazza Fontana e quei terribili anni ’70

In occasione dell’anniversario delle bombe di Piazza Fontana ripercorriamo insieme gli anni ’70. Quei terribili anni ’70 in Italia cominciano un mese prima e terminano un anno dopo l’effettivo decennio di riferimento. È opinione diffusa che il tutto è cominciato il 12 dicembre del 1969, con la strage di strage di Piazza Fontana, alle 16:30 esplode una bomba nella sede della Banca dell’Agricoltura a Milano. Il 12 dicembre 1969 segna l’inizio degli anni di piombo e della stagione delle stragi di Stato, conclusasi con la strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980. Alcuni di questi crimini, dopo oltre quaranta anni, sono ancora “in cerca di autore”.

La strategia della tensione: destabilizzare per stabilizzare
La bomba a Piazza Fontana, che ferisce 88 persone e ne uccide 17, è uno dei primi attentati compiuti in Italia dal terrorismo di destra con il supporto di forze nazionali e internazionali. L’obiettivo della strategia della tensione è quello di destabilizzare per stabilizzare, ossia, di determinare una svolta reazionaria. Infatti, dopo anni di lotte condotte dagli studenti, con manifestazioni di piazza, e dai lavoratori, a colpi di scioperi, i diritti civili e le garanzie sindacali sembrano ormai a portata di mano. Le conquiste sociali portano acqua al mulino del PCI, partito che, alle elezioni amministrative e regionali del giugno 1975, conquista il 33 per cento dei voti.

Bombe rosse e bombe nere
Le bombe del ‘69 e quelle del ’74 non hanno gli stessi scopi. Sono riconducibili a filosofie diverse, segnano le tappe di uno stesso processo che Pier Paolo Pasolini chiarisce perfettamente nell’ articolo “Io so”, pubblicato il 14 novembre del ‘74 sul Corriere della Sera. Con le elezioni del ’76 il PCI si conferma il più importante partito di opposizione e ai democristiani, quindi per governare il paese non rimane che scendere a patti con il nemico. Si realizza quindi, con Giulio Andreotti, un governo monocolore. Governo del quale i comunisti italiani fanno parte, ma solo sul piano parlamentare. Questa collaborazione prende il nome di governo di solidarietà nazionale.

Il compromesso storico
È in questo clima politico che il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, matura l’idea del compromesso storico, un accordo tra i due maggiori partiti italiani. L’accordo tra i due partiti eternamente in lotta mira a preservare il Paese dalla deriva reazionaria e a presidiare gli spazi democratici per difendere la democrazia da possibili, e fortunatamente anche fallimentari, colpi di Stato. L’avvicinamento del più grande partito comunista d’Europa all’area di governo non è visto di buon occhio dagli Stati Uniti. Gli USA sono infatti i leader del blocco atlantico e non vogliono condividere con il “nemico” la guida di un paese così strategicamente importante come l’Italia (cerniera tra Est e Ovest e tra Nord e Sud del mondo).

Il rapimento di Aldo moro
Il compromesso storico è osteggiato sia dall’estrema destra, sia dai gruppi extraparlamentari di estrema sinistra. Sono anni di bombe, di sangue, di morti e di feriti. Sono anni di accuse formulate per depistare le indagini, per offrire all’opinione pubblica una prova di come la sinistra sia incapace di gestire l’ordine pubblico, per poi caldeggiare una svolta autoritaria. Il comunisti non approderanno mai al governo perché le Brigate Rosse, il 16 marzo del 1978, il giorno prima del voto di fiducia al nuovo esecutivo, mettono in atto il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e uccidono tutti gli uomini della sua scorta.

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