Cronaca

Un nuovo business: il commercio di organi

Un nuovo business: il commercio di organi

di Emanuela Dibattista
Homo Homini lupus“, “uomo, lupo contro altri uomini”, questa è sicuramente la citazione metaforica, che descrive appieno la società attuale, ma che, ironia della sorte, il filosofo Hobbes aveva già intuito molti secoli fa. L’epica frase si riferisce sostanzialmente alla natura dell’uomo, visto come un animale spietato (somiglianza in tal senso con dei lupi) in lotta contro la propria “razza”, contro qualcuno e qualcosa che porta senza un reale motivo, a commettere delle azioni, viste solo nei film dell’orrore, e che qualcuno definisce addirittura come leggende, perché troppo surreali per essere commesse da un essere umano; tra questi vi troviamo il traffico degli stessi, ma ancor di più quello di organi. Ci sono viaggi fatti verso il Pakistan, la Tunisia, l’Egitto e altri paesi orientali dove tutto è mercato, tutto è commerciabile, tutto, anche parti umane. Questo è “un viaggio per vendere una parte di sé: viaggio dei trapianti, dove il commercio è legale”, si va verso quello che è il viaggio della disperazione.

Ci sono stati casi in Italia in cui si è raccontata la storia di ragazzi trovati sulle panchine dei giardinetti, ancora addormentati, con fresche cicatrici lungo il fianco, benché da noi, tutto questo fosse illegale. Ciò accade, però, perché vi sono procacciatori di organi, sparsi per tutto il territorio e c’è chi si lascia asportare un proprio organo per soldi, creando così una vera e propria compravendita di un qualsiasi “bene comune”. Tale commercio, quasi fosse costituito da uno dei tanti settori del business, è possibile trovarlo in rete. Internet è una piattaforma eccezionale per chi ne è alla ricerca o ne ha un disperato bisogno, derivato oltretutto, anche dalla carenza internazionale degli organi. Qui però il prezzo è già fissato da chi vende, non è possibile contrattare. Un rene, per esempio, comprato in Cina a 15 mila dollari è rivenduto a 47 mila, in Israele comprato a 10 può essere rivenduto anche a 135 mila; cifre che lasciano pensare e situazioni che fanno a dir poco accapponare la pelle.  Non è lontano l’ultimo avvenimento di questo tipo: infatti, nel 2012, una donna è stata segnalata come il primo caso di una persona portata nel Regno Unito da banditi, con l’intento di rimuovere i suoi organi e di rivenderli, o ancora, qualche giorno fa, i genitori di un ragazzo trovato morto in uno sterrato alcuni anni addietro, stanno richiedendo l’apertura del caso, dal momento che la questione non è ancora compresa del tutto: come mai al proprio figlio mancavo entrambi i reni?

Come è possibile appurare, il rene è sostanzialmente l’organo più trafficato perché può essere rimosso facilmente e il donatore è in grado di condurre una vita sana ugualmente, anche se il professor Salizzoni non sarebbe d’accordo su quest’ultimo punto: egli spiega che “prelevare qualunque organo è un intervento chirurgico complesso che non si può certo fare in una sala operatoria creata in un sottoscala”. Sono circa sette mila il numero dei reni coinvolti annualmente ed illegalmente in questo giro. “Lo sportello dei diritti” ha enunciato come l’Italia sia un raccordo per questa forma di mercato nero, decretando un nuovo tipo di turismo, che vede come protagonista il trapianto illecito. Situazioni come queste non sembrano però, allarmare molto il nostro paese, se ne discute poco e forse neanche in modo appropriato, probabilmente perché sottovalutata  o  non ancora definita come una vera e propria piaga sociale da cui difendersi. Ma qui scatta automaticamente una domanda: quante persone devono ancora essere vittime di “lupi” e della cattiveria umana, per poter essere presa almeno in considerazione questa situazione critica?

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