Arte, cultura e spettacolo

“La luna e i calanchi”: un tempo altro in un paese altro

“La luna e i calanchi”: un tempo altro in un paese altro

di Teresa Manuzzi
Il problema vero è che quando parti per Aliano, per partecipare al festival “La luna e i calanchi“, pensi che stai semplicemente partendo da un luogo per andare in un altro luogo. Solo dopo qualche ora di permanenza in quel piccolo paese in provincia di Matera, che ha avuto l’onore di ospitare il confinato Carlo Levi, scopri che sei partita per andare in un luogo, ma sei arrivata in un “luogo altro” . Sei atterrata su di un altro pianeta e di conseguenza cominci a conoscere un altro te stesso perchè segui un altro ritmo.

Il problema è che non riesco a togliermi dalla testa la stretta fratellanza che, secondo me, intercorre tra il nome del paese, “Aliano”, e il pronome latino “alius, alia, aliud”, che viene comunemente tradotto con “un altro”. Dunque Aliano è un luogo che riesce a far emergere un altro te o meglio un “te altro da te”. Questa emersione è dovuta al fatto che lì sei costretto a vivere un tempo altro, un territorio altro, uno spazio altro, “un altro” tipo di rapporti, “un altro” modo di essere, “un altro” modo di fruire e vivere l’arte, la poesia, il lavoro, la vecchiaia.
Franco Arminio, il poeta, paesologo, intellettuale, insegnante elementare, che ha avuto la lungimiranza di ideare e realizzare il festival ha saputo cogliere questo “altro” e lo ha trasformato in prodotto tipico” . Lui è il mattatore della manifestazione che dal 21 al 24 agosto ha trasformato un piccolo borgo di 1000 persone in una grande “comunità provvisoria”. Lui presenta gli artisti (poeti/cantautori/narratori/musicisti/attori/fotografi/registi) e lo fa con naturalezza e ironia. Oltre ad un palco in Piazza Garibaldi, il cuore reale della manifestazione è il borgo antico. Le case abbandonate ospitano artisti provenienti da tutta Italia e in quelle case realizzano performances, espongono opere, tengono  laboratori. Lì, attorno alle 3 di notte, potevi assaggiare una squisita crostata di crema, pesche e more.
PERCHE’ L’ABBANDONO?
Io non riuscivo a capire perchè quelle case così belle fossero disabitate. Perchè gli alianesi vivono nelle case di più rcente costruzione ed hanno abbandonato la meravigliosa piazzetta “Panevino“, che è un palcoscenico naturale. In occasione del festival infatti, per tutta la notte e sino al mattino, ci sono concerti, spettacoli teatrali, letture…ma soprattutto, in quella piazza gremita di persone giunte da tutta Italia, si ascolta con partecipazione.

Giuseppe, ad Aliano fa l’elettricista e fortunatamente mi chiarisce qualche dubbio: “Aliano è stato colpito dal terremoto del 1980, le abitazioni del centro storico sono state quelle che hanno subito più danni. Per questo gli abitanti del borgo antico sono stati strasferiti in case costruite più di recente. Solo negli ultimi anni l’amministrazione ha ricevuto dei fondi per ristrutturare le case colpite dal sisma, adesso quindi il comune si ritrova in possesso di tutte queste case che però sono inabitate”.
I CALANCHI
Sempre grazie a Giuseppe scopro i Calanchi. Dopo un paio di tentativi in solitario andati a male lui carica me e i miei amici sulla sua jeep nera e ci porta nel mezzo di quei cumuli di argilla che si ergono silenziosi nella vallata sotto il paese. Argilla su argilla, pelle ruvida di terra magra…finalmente ecco i calanchi. Solo arbusti, qualche filo d’erba e poi orme di cinghiale e di lepre. Passeggiamo in questo mondo altro e non ci capacitiamo. Vorremmo avere il tempo di fermarci, di stare zitti e guardare, di odorare il vento come fanno i cani ma il tempo scorre in fretta e Giuseppe deve andare a dare una mano ai tecnici per gli spettacoli della sera, così torniamo a gustarci la fine del tramonto dal belvedere del paese.

I giorni corrono veloci, gli spettacoli terminano sempre più tardi, le ore di sonno scarseggiano e nelle braccia e nelle gambe si fa strada un formicolio silenzioso e costante. Vivere un posto nelle ore inconsuete aiuta a percepire un’appartenenza maggiore a quei luoghi. Quando torno a casa ho come la sensazione che nello zaino ci sia qualcosa in più. Mentre disfo il bagaglio mi rendo conto che il peso era dato da quell’ “altra me” che ho dovuto riportare a casa, ma che mi ricorda costantemente la dimensione reale e genuina di un essere umano. (foto B/N di Andrea Semplici, prima foto Teresa Manuzzi)

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