Cronaca

Mare nostro che non sei nei cieli

Mare nostro che non sei nei cieli
Gabriella De Santis

di Gabriella De Santis
Ogni giorno sulle coste italiane giungono i “barconi della speranza” con a bordo migliaia di immigrati, in cerca di una vita migliore. Ma non è sempre così. Non lo è mai nella maggior parte dei casi. E con alta frequenza, purtroppo, si passa a “miglior vita”. Ogni giorno infatti da quelle barche, senza nessuna condizione igienico-sanitaria, senza nessuna sicurezza, senza nessuna certezza di arrivare a destinazione, moltissime persone finiscono in mare, annegano e si inabissano. Disseminando strazio, dolore e incredulità di come nel 2015 vi siano ancora persone che muoiono così, nonché un grande senso di impotenza.
Il Mediterraneo, ancora una volta, è scenario di morte e si appresta a diventare un “cimitero a cielo aperto”
L’ultimo drammatico naufragio è avvenuto il 19 Aprile 2015 a circa 60 miglia dalle coste libiche, da cui un barcone di circa 20 metri era partito alla volta delle coste italiane. Sono morte centinaia di persone, forse 700 se saranno confermate le prime stime fatte dalla Guardia Costiera sulla base della testimonianza di un superstite eritreo. Ma non c’è certezza sui numeri della tragedia se è vero che a bordo, come riferisce uno dei sopravvissuti, potevano esserci fino a 950 persone, tra cui 40-50 bambini e circa 200 donne. Sopravvissuti: 28.

Stando alle dinamiche dell’incidente, il barcone si sarebbe capovolto perché tutti i suoi passeggeri si sarebbero spostati da un lato, dopo aver visto la nave portacontainers King Jacob -di 147 metri di lunghezza, con bandiera del Portogallo, che aveva già compiuto negli ultimi giorni quattro soccorsi di naufraghi e che è stato dirottato, insieme a un altro mercantile, verso i migranti sperando di essere portati in salvo. Tuttavia, ad oggi, non si esclude la possibilità che vi sia stata una collisione tra le due imbarcazioni.
Uno di loro racconta “Eravamo in 950. C’erano anche duecento donne e 50 bambini con noi. In molti erano chiusi nella stiva: siamo partiti da un porto a cinquanta chilometri da Tripoli, ci hanno caricati sul peschereccio e molti migranti sono stati chiusi nella stiva. I trafficanti hanno bloccato i portelloni per non farli uscire”.

L’individuazione delle coordinate del luogo dell’accaduto, è stata possibile grazie ad una chiamata satellitare proveniente da qualcuno che ha detto “Siamo in navigazione, aiutateci” e dai toni abbastanza calmi si pensa a qualche complice degli scafisti. Questi ultimi sono, oramai, gli schiavisti del XXI secolo, senza scrupoli e avidi solo delle ingenti somme di denaro che ricevono in cambio della traversata. In Italia ne sono stati arrestati circa 976 negli ultimi mesi.
Sarà una coincidenza che con la fine dell’operazione Mare Nostrum, sempre più viaggi della speranza si rivelino funesti? O probabilmente l’operazione Triton non è in grado di svolgere un pari servizio, soprattutto umanitario. Fatto sta, che non bastano tutte le parole di dispiacere e supporto all’Italia da parte degli altri capi di stato; la vicinanza, gli aiuti concreti, più navi –di ogni nazione europea- che pattugliano il Mediterraneo si dimostrano con l’azione. Ma l’Italia è ancora sola e i cimiteri di Lampedusa e della Sicilia tutta sono oramai pieni di conterranei diversi…conterranei che condividono con la popolazione autoctona solo la morte.

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