Costume & Società

Le antiche Osterie di Barivecchia

Usi e costumi dei nostri antenati

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Le antiche Osterie di Barivecchia
Francesco Tiberio

In vino veritas”. Ma anche lussuria, se si vuoi dare ascolto alle ammonizioni di San Girolamo (detto “il Savio”) ai viandanti e pellegrini del suo tempo, che andando per Osterie incorrevano in non poche tentazioni carnali. Alti boccali di legno riempiva l’“hostulando”, mentre l’ostessa serviva ai commensali le genuine delizie della sua cucina (pasta e ceci, fagioli bianchi con olio fresco di frantoio…). Nella Barivecchia del diciottesimo secolo, di osterie tra i vicoli e le corti se ne trovavano in gran numero, tra cui: “Mba Giagheme”, “Ciccille Pappamoscue”, “Onofrio n’cecate”, e tante altre.

Infatti Osteria deriva dal latino “hospes”, ossia rifugio, o anche luogo ospitale. L’aumento del commercio, portò quindi ad una vera e propria creazione del mestiere di ristoratore. Le osterie divennero così importanti punti di riferimento per tutti coloro che viaggiavano sia per lavoro che per svago. Si narra che in occasione dell’inaugurazione dell’osteria “Maurucce”, lo stesso proprietario reclamizzasse la succulenza dei suoi cibi strada per strada, strillando e asserendo che il suo vino fosse il migliore del mondo. Percorreva le vie dell’abitato portando con sé, in bella mostra, un magnifico piatto di vermicelli col ragù; al seguito, un pittoresco corteo: un nugolo di bambini giocosi, un suonatore di grancassa ed un cantastorie con tamburo, tra roboanti suoni e schiamazzi festosi.

I commensali passavano il tempo in compagnia e divertendosi con fantasiosi giochi di gruppo. Uno dei più noti giochi era lo “zumparìdd”, o meglio conosciuto come gioco della “gàrrabbe”, cioè caraffa, misura borbonica di un quarto di litro. Ognuno acquistava un certo numero di bicchieri di vino o birre e la sorte designa chi “iè patrùne” (era padrone) del vino, il quale può nominare: “u sòtte patrùne” (il cane); il “Ièvesdà” (il fattore); la morte e la “criatùre” (il bambino).

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